Bene, bene… ma non benissimo

Beatrice mi chiede sempre come sto e sempre rispondo in maniera evasiva, non le dico mai veramente come sto. Spesso la risposta è strettamente dipendente da un preciso momento e dalla visione del mondo che ne consegue: incredibilmente rosea e piena di opportunità entusiasmanti oppure nera come la fossa della disperazione. In certi momenti mi rode così tanto che non parlo, ringhio.

Stavolta mi sono messa lì seduta, come adesso, decisa a prendere qualche minuto per me e pensare a come sto.

All’alba dei 44 sto con la schiena dolorante e il collo inusualmente rigido a giorni alterni. Mi sveglio perciò all’alba per fare stretching, allungamenti, ginnastica dolce cercando in quella che era una vecchia abitudine, una noiosa routine, il rituale del benessere dedicato solo a me. Quando non ho la mobilità di un robot, vado a correre metto in circolo una fraccata di ormoni della felicità ma poi mi sento stanca, sono famelica… è tutto un’iperbole: mi addormento letteralmente sul divano nel bel mezzo della serie TV che ha puntate di appena un’ora, più di una volta ho mollato da solo mio marito perché non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Quando ho fame invece potrei polverizzare qualsiasi cosa e prediligo i dolci ma subito la combinazione lievito e farina mi da fastidio. Lo zucchero fa si che dopo un paio d’ore sono punto e daccapo. Corro, come ho detto, e ho dolore alla gamba: all’inizio sembrava un chiodo ficcato al lato del ginocchio, quasi a voler impedire il passo. L’altro ieri si era accavallato un nervo altezza inguine causa un movimento che doveva allungare e rilassare e invece ha ribaltato quel poco di buono che c’è. Per questo faccio ginnastica dolce all’alba, mi pare di averlo detto… Massaggio i piedi, metto la crema perché mi fanno male i talloni. Forse dovrei cambiare scarpe. Forse anche i mezzi plantari in gel che sono li da un po’….

Ho la mia piccola ernia ombelicale che al momento non posso toccare perché di questi tempi di Covid in ospedale ci si va se proprio non si ha altra scelta. E fanculo il pilates che mi aveva dato una postura di una elegante ballerina classica ma che va a sfruguliare proprio gli addominali che non dovrebbero essere sollecitati e infatti hanno traslocato e non fornito nuova residenza. Ho parlato finora come se fossi una atleta olimpica (che manco quest’anno vede la pista) e allora come esimermi dal raccontare come sto da un punto di vista psicologico ed emotivo? Nella fase della perenne emergenza pandemica quando quasi tutto è vietato e domani chissà.. si vive in stand by, ferma nella zona grigia della mediocrità dove non si può dire di stare male ma ben lontani dalle vette della felicità. Non mancano gli scazzi per futili motivi, la convivenza quotidiana non ha generato mostri né provocato feriti, mio marito si sta comportando bene: è collaborativo, spiritoso più attento. Poi ci sono momenti in cui non ascolta (il modo maschile si traduce in “non mi caga proprio”), ciabatta pesantemente per casa tanto che non riesco a sentire le battute in televisione, interrompe il film che sto guardando da sola per chiedermi di che parla o chi è il personaggio appena apparso sulla scena. Oppure risponde da una stanza all’altra oppure di dimentica di avermi detto /di non avermi detto… vedi post litigi. Poi dici che una risponde male….

Insomma, come stai?

Bene, direi… bene, ma non benissimo

Litigi

Quando lui ti dice che ha prenotato e dato anticipo per l’ennesimo tatuaggio. Ennesimo. Due nuovi sgorbi. E non sono contenta, per nulla.

E lui non mi rivolge parola da 2 ore. Lui.

E io penso di avere a che fare con un adolescente di 50 anni.

Numero 8
Numero 9

Saluti

Allora Ventiventi, ci salutiamo adesso che domani avrò da fare e di pensieri per chiudere con te non ne saprò comporre.

Conserverò il ricordo di quest’anno che è stato tutto fuorché come me lo aspettavo: sei stato sorprendentemente faticoso, mi hai messa alla prova in più occasioni. Mi hai costretta a lucidità di pensiero e giudizio, mi hai sfidata a lasciare il divano o la confort zone del momento. Durante questo anno si è accesa una luce all’improvviso, appena un attimo prima del troppo tardi.

Voglio solo tornare a respirare, vedere i miei amici in case piccole o in spazi aperti ammucchiati su plaid gettati sul prato. Viaggiare senza meta anche se con me sarà impossibile non avere un itinerario, perdermi nei boschi girando in tondo.

Ti prometto che la consapevolezza e la resilienza che ho imparato non andrà persa, che imparerò a godere di più del momento presente. Il qui e ora che in latino non so come si scrive ma cavolo, se lo hanno capito loro, gli antichi pensatori latini, vuol dire che erano avanti, nonostante la lingua morta che adesso tutti gli rimproverano con inutile saccenza.

Guarderò all’oggi senza dover pensare che domani sarà meglio, non rimandero’ non aspetterò il momento opportuno. Respira, vivi, brilla. Ogni tanto scrolla le spalle e vaffanculo, piangi… fa parte della terapia del vivere quotidiano.

Qui e adesso. Senza pensieri.

Ti ringrazio Ventiventi e ti saluto. Sarà impossibile dimenticarti.

Finale di stagione

Mi mancano le figure affini che in questo periodo, in questa generale follia, sono lontane, allontanate da divieti e colorati confini. Mi manca la prossimità, le tavolate con gli amici rumorosi dove viaggiano su e giù vassoi di stuzzichini che ognuno prende a piacimento con le proprie mani. Mi manca la leggerezza di una risata esibita e non celata da una maschera.

Mi è mancato il mio terapeuta, ascoltatore attento e figura diversa da mio marito che ha condiviso con me la malattia e il dopo. Però dopo l’ora passata insieme mi sento profondamente insoddisfatta per come si è svolta la chiacchierata. Sono emersi i miei soliti punti deboli che avevo già da sola individuato e sui quali mi ero anche detta – stizzita – sempre qui ti fai bloccare? Da lui non evidenzio quello che ho capito perché ho sempre “paura” di raccontarmi delle storie, nel senso che mi racconto la faccenda secondo il mio discutibile punto di vista. Quindi ci arrivo descrivendo fatti, sentimenti e sensazioni. La sensazione che ho è che il fenomeno covid visto da fuori dopo esserci stata dentro è molto critico: per il messaggio che passa (dai media e gli esperti), per ciò che volutamente viene evidenziato (dai media, dagli esperti dai politici) per la paura che si percepisce nella gente comune quotidianamente bombardata da messaggi parziali e preoccupanti. È fortissima la sensazione di impotenza, la disapprovazione verso atteggiamenti che ignorano apertamente le raccomandazioni. E alla fine lui dice a me che sono troppo rigida e inquadrata, attenta a seguire le regole: dovrei iniziare a disobbedire. Io. Mi sento come Verdone …. in che senso???! Disobbedire senza imporre a terzi le conseguenze? senza forzare altri a fare altrettanto? Come faccio a disobbedire senza rischiare una multa o il pubblico linciaggio? Senza dimenticare di essere anche coerente con me stessa. Al momento il concetto mi è oscuro.

Sto ancora riflettendo.

E niente, non trovo la soluzione. Solo che ho deciso di smettere di cercarla. Ho voglia di guardare avanti e non pensare più a quanto sono stata obbediente.

Voglio pensare a come recuperare tutto ciò che mi è mancato in questo strano ventiventi. Trovare nuovo entusiasmo in vecchie relazioni, amicizie e compagnie.

Propositi e decisioni revocabili

Post politicamente scorretto

La micro agenda da borsetta che mi ha regalato la mia collega di lavoro per Natale sta facendo vacillare la decisione da tempo presa di non fare regali di Natale alle colleghe. Alle amiche si, alle persone care ai parenti vicini, alle amiche che avrei incontrato per un rapido saluto in centro. Alle colleghe no. E sottrarmi a una consuetudine che mi ha fatto accumulare una serie di cazzate e oggetti inutili, per la quale peraltro ho speso tempo fantasia e risorse (che in teoria dovrebbe essere un piacere a prescindere ma di fatto…..). Scrivo per decidermi, riflettere e convincermi.

Con le altre colleghe ho ringraziato e comunicato che no, non avevo fatto pensieri a nessuno. Senza neppure avvertire il disagio. La bruttezza inutilità e disagio che ho provato con questo ha ribaltato le convinzioni e niente, non sarà qualcosa di utile ma sarà guardabile, buono piacevole.

Esteticamente è grazioso ma proprio non riesco a trovargli una collocazione.

Edit:

Alla fine non ho preso niente per nessuno, con buona pace di tutti e delle buone maniere.

Distrazioni e terapia distensiva

Sono incastrata. In questa stanza. Serve un tampone molecolare per tornare a lavoro. Viste le tempistiche per il risultato, sarà Natale…

Più che per la malattia, coltiviamo ansia per la guarigione. L’attestazione ultima che ci porti da dentro (casa) a fuori, da out (esclusi) a in, da positivi (covid test) a negativi. Oggi hanno fatto test rapido Claudio e i bambini: è andata bene (i piccoli non hanno fatto storie, né si sono lamentati) e stiamo finalmente smaltendo la tensione!

Per me la situazione è sospesa, in attesa di… e a differenza di mio marito, tutta la faccenda è sempre stata lineare e chiara, salvo i primi giorni. Perciò cerco di non perdermi, restare centrata. Mantenere attivo l’interesse, anche quello consapevole di poltrire. Attualmente passo il tempo a colorare un album di disegni bellissimi di Johanna Basford. Mi tiene occupata un sacco di tempo, mi concentro, provo pace anche se ho una postura molto storta che si fa sentire a fine giornata. Pastelli e pennarelli: ho praticamente attinto alle risorse dei figli, con il loro permesso, si intende!!

La volpe della foresta incantata
Il lavoro sullo stagno

Disease diaries

Certe persone ti vogliono sconfitto, in ginocchio meglio se disperato. Messaggi inviati solo con l’intenzione di tastare il polso dell’angoscia, sentire lo scricchiolio dell’anima che va in pezzi. Niente di tutto questo, sorry! Non lascio spazio a sentimenti negativi, è piccola questa camera! Ed io sono positiva. 

Ho fatto il tampone rapido al drive in di Fiumicino dove nell’area lunga sosta hanno allestito dei tendoni per gli esami. Avevo dolori muscolari da venerdì sera ma non mi potevo permettere di stare male: mio marito aveva appena fatto il tampone ed era risultato positivo. Il viaggio nel disastro sanitario di quest’anno era dunque cominciato con una impuntatura di Claudio per la quale mi ero arrabbiata perché la giudicavo una suggestione: proprio lui che tutte le sere faceva il controcanto cinico alle notizie parziali e allarmanti dei telegiornali! Al risultato positivo del laboratorio di analisi è seguito il test molecolare inframezzato dalla mia incazzatura  dovuta al fatto che se proprio doveva tamponarsi almeno lo avesse fatto in uno di quei posti abilitati in cui seguiva subito una controprova! Invece così due test in due giorni con annessa ramanzina del medico di famiglia per il quale i test dei laboratori di analisi privati non sono attendibili.

Quando abbiamo iniziato ad adottare tutte le misure precauzionali necessarie in questi casi è successa una cosa strana: abbiamo avuto la sensazione schiacciante del senso di colpa che costringe all’isolamento, obbligati a farci da parte, chiusi in una stanza della casa, condividere solo la crescente preoccupazione verso la malattia e il terrore di esserne stato veicolo. Questi sentimenti, frutto di un ormai consolidato atteggiamento di caccia alle streghe, sono stati inaspettati, destabilizzanti e reso più buio l’inizio del cammino verso la guarigione.

Abbiamo ragionato spesso su questo senso di colpevolezza e a dispetto delle precedenti arrabbiature gli ho detto più volte che aveva fatto un gesto di responsabilità e aveva evitato disastri peggiori. Ero affranta e spaventata quanto lui per la separazione che si imponeva, gli portavo il the e mi mettevo fuori dalla stanza con la mia tazza fumante a fargli compagnia. Ho cercato di sostenerlo, fargli passare la sensazione di essere un peso. Poi è arrivato il mio referto che ribaltata ruoli e posizioni, mischiando le carte in tavola e i sentimenti nella pancia.

È toccato a me, avere momenti di sconforto soprattutto quando sentivo i dolori irradiarsi dalle gambe e dal bacino, talmente forti quasi che volessero strapparmi le carni. Erano iniziati nel fine settimana e dopo 4 giorni ho deciso di smettere con la Tachipirina. Ne avevo presa 2 volte al dì e mi aveva dato solo qualche ora di sollievo come a dire che fino alla dose successiva avrei dovuto inventarmi altro, una strategia diversiva, una formula magica da ripetere all’infinito. Dunque se proprio dovevo intossicarmi di paracetamolo per poche ore di benessere apparente ho preferito avere il polso di quanto e ogni quanto tempo si manifestano questi bruciori muscolari/articolari (manco fosse una punizione, obbligandomi a essere più forte e tenace).

Di buono c’è stato il giorno in cui ho gustato i mandarini, succosi, il pomeriggio che ho ballato negli angoli – è il caso di dire – e smuovere questo mucchietto di ossa scricchiolanti. Ho sentito mia madre che ha fatto l’elenco di tutto ciò che avrebbe potuto cucinare e portarmi come se potessi avere preferenze o semplicemente il senso del gusto che consentisse di farmele apprezzare. Ho sentito mio padre dire a mio marito che ha riferito ai parenti di non chiamarmi. Mi sono incazzata per questa iniziativa che mi condanna alla solitudine, inutilmente. Mi sono ripromessa di smentirlo alla prima occasione.

In questi giorni è difficile rispondere alla domanda”come stai?” Fisicamente ho sempre dolori, che vanno e vengono, che cerco di contrastare, di gestire mentalmente e con la respirazione quasi che fossero doglie del parto. Ho mal di schiena dovuto al fatto che sono prevalentemente sdraiata o seduta. Psicologicamente sono un po’ annoiata, sono triste per la mancanza di contatto con i miei figli e con mio marito. Sono estremamente sensibile a come mi parla, alle parole che usa, mi innervosisco se non riusciamo a capirci, ho bisogno di delicatezza e attenzione. Ho deciso di comunicare la mia positività nella chat di classe: in questi giorni di assenza mi è stato chiesto come stavano i bambini e ho risposto con vaghezza. Dopo aver chiarito la posizione di famiglia con la direttrice, con dati ufficiali alla mano, ho rotto gli indugi con le altre mamme. Essenzialmente non volevo nascondere la situazione: questa influenza non deve isolare più del dovuto. Non deve trasformare le persone in untori, non deve criminalizzare i positivi, il sentimento di sconforto e il senso di colpa che abbiamo faticosamente razionalizzato e normalizzato deve diventare il modo di approcciare la malattia e spero possa servire da esempio.

Il telefono, lo Smartphone è diventato il compagno di quarantena: news curiosità giochi musica raccoglitore di pensieri, connettore con il mondo sano di fuori. Mi accorgo di aver passato un sacco di tempo con questo strumento in mano e non va bene né per la postura né per la leggerezza dei pensieri che restano imprigionati nella luce artificiale dello schermo. È vero che scrivo i miei pensieri qui, ascolto la musica che preferisco, scambio messaggi con amiche e parenti ma questa mattina ho deciso di distaccarmi: ho dedicato del tempo alle piante del terrazzo, a pulire e riorganizzare l’armadio, il movimento e l’aria fresca della mattina rigenerano le energie, attudiscono i dolori, sono una ginnastica naturale e non noiosa.

Tempo di pulizie in terrazzo

In questi giorni si sono liberate tante energie: ho ricevuto tanti messaggi affettuosi e telefonate, mi sono sentita parte di un gruppo di belle persone che hanno fatto il tifo per me e per la mia famiglia. Non mi sono sentita sola, abbandonata né additata come una criminale. Di contro ci sono stati anche i detrattori (come ho scritto in apertura di post, non a caso, non per avere l’incipit), persone non cattive in senso stretto ma mancanti di empatia, di tatto o troppo preoccupati dal fenomeno corona virus da dimenticare l’individuo dall’altra parte. Attente cioè ai numeri della pandemia, interessate a capire dove e come avessimo contratto il virus, che si sono improvvisate terapeuti senza però saper ascoltare. È stato complicato soffocare un sonante VAFFAXXXXO non interrompere le ovvietà fingere di sorridere alle battute, mostrarmi centrata e forte e distaccata e sentire stupore dall’altro capo del telefono. Pochi, per fortuna, rari momenti e persone distanti.

Ho iniziato questo post 4 giorni fa ed è giunto il momento di chiuderlo e liberarlo. Stamattina mi sento meglio: ho dormito senza accusare alcun dolore, per tutta la notte. Inizia il conto alla rovescia per mio marito che dovrebbe ricevere una chiamata dell’Asl per il tampone di fine periodo. È un momento delicato, fino ad ora non abbiamo avuto nessun riscontro (mi riferisco ai risultati del molecolare, ancora) mi auguro di non aspettare invano perché l’equilibrio faticosamente raggiunto potrebbe andare a farsi friggere in un un’attimo. Mi auguro di essere adeguatamente supportata dal medico di famiglia, mi auguro che i nodi si sciolgano per lui e per i bambini: ce lo meritiamo!

Seguiranno aggiornamenti, i pensieri di una quarantena che è ben diversa da quella vissuta in primavera, che ci ha messo alla prova e provati.

Stop

Mi sento in modalità vestaglia di flanella e calzettoni. No, non è il freddo improvvisamente arrivato, né la nevrosi legata alle piogge monsoniche improvvise accompagnate da raffiche di vento e subitanee schiariture. È proprio uno stato dell’essere: non voglio far nulla. Ho il disinteresse sulla pelle, la pigrizia delle idee. Voglio stare ferma.

La verità è che sento che sto per scoppiare. Non riesco più a ammortizzare le insofferenze altrui, le polemiche e i lamenti, le incomprensioni comunicative appaiono ostacoli insormontabili che deprimono la volontà di provare a superarli. La cosa divertente è che cercavo di spiegare questa sensazione a una mia amica, la mia socia, e mentre lei annuiva avevamo entrambe la postura “schiva colpi” come personaggi virtuali di un video game.

Orizzonti

Il titolo del post è evocativo, volutamente, visto che non si capisce bene dove stiamo andando. È di oggi il nuovo DPCM misure straordinarie di prevenzione e cresce l’ansia legata a tutte le restrizioni.

Finora l’unica cosa chiara è che siamo tutti – davvero, tutti! – con i nervi scoperti.

Speravo nelle opportunità di crescita interiore legata al passato lockdown, a maggiore consapevolezza … non pensavo di restare legalmente senza aria, contingentata in via continuativa.